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5월 23일 23 MAGGIO 1992 morte di uno Stato Gli uomini passano, le idee restano.
Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini. Giovanni Falcone Palermo, 18 maggio 1939 - Capaci, 23 maggio 1992 5월 22일 Emergenza sicurezza: La suaOra basta, con la cultura del sospetto si sta davvero esagerando. Ma credete davvero che un giurista, un uomo di legge del calibro dell’on. avv. Niccolò Ghedini inserirebbe mai nel pacchetto sicurezza un codicillo di 13 righe che favorisce il suo cliente più illustre, Silvio Berlusconi? Ma andiamo, via. E’ vero che l’idea di affidare il pacchetto proprio a lui, lasciando inoperosi tutti i giureconsulti che impreziosiscono il governo - da Alfano a Calderoli, da Maroni alla Carfagna, senza dimenticare la Brambilla, esponente della scuola giurisprudenziale autoreggente - potrebbe ingenerare qualche malignità. Marco Travaglio 5월 20일 GOMORRAIeri sera sono andato a cinema a vedere il film Gomorra e vorrei lasciarvi una recensione.
Il libro è angosciante....il film lo è di più, è drammaticamente stupendo!!! andate a vederlo................. Totò ha tredici anni, aiuta la madre a portare la spesa a domicilio nelle case del vicinato e sogna di affiancare i grandi, quelli che girano in macchina invece che in motorino, che indossano i giubbotti antiproiettile, che contano i soldi e i loro morti. Ma diventare grandi, a Scampia, significa farli i morti, scambiare l'adolescenza con una pistola. O magari, come accade a Marco e Ciro, trovare un arsenale, sparare cannonate che ti fanno sentire invincibile. Puoi mettere paura, ma c’è sempre chi ne ha meno di te. Impossibile fuggire, si sta da una parte o dall'altra, e può accadere che la guerra immischi anche Don Ciro (Imparato), una vita da tranquillo porta-soldi, perché gli ordini sono mutati, il clan s'è spezzato in due. Si può cambiare mestiere, passare come fa Pasquale dalla confezione di abiti d'alta moda in una fabbrica in nero a guidare i camion della camorra in giro per l'Italia, ma non si può uscire dal Sistema che tutto sa e tutto controlla. Quando Roberto si lamenta di un posto redditizio e sicuro nel campo dello smaltimento dei rifiuti tossici, Franco (Servillo), il suo datore di lavoro, lo ammonisce: non creda di essere migliore degli altri. Funziona così, non c’è niente da fare. Matteo Garrone porta sullo schermo Gomorra, libro-scandalo di Roberto Saviano che in Italia ha venduto oltre un milione di copie, aprendo il sipario sulla luce artificiale e ustionante di una lampada per camorristi vanitosi ed esaltati. Il sole non illumina più le province di Napoli e Caserta, impossibile rischiarare questa terra buia e straniera al punto che gli italiani hanno bisogno dei sottotitoli per decifrarla. Siamo in un altro paese: all'inferno. Che non si trova nel centro della terra, ma solo pochi metri giù dalla statale o sotto la coltivazione delle pesche che mangiamo tutti, nutrite di scorie letali, trasformate in bombe che seminano tumori con la compiacenza dei rispettabili industriali del nord. Nessun barlume di bellezza dentro questo buio fitto sotto il sole; forse la bellezza è nata qui, per caso o per errore, ma è volata lontano, addosso a Scarlett Johansson, col risultato che chi l'ha partorita è rimasto ancora più solo ed impotente. Il film di Garrone è crudo e angosciante, ripreso dal vero, musicato dal suono delle grida e degli spari di Scampia. Una volta si diceva "giusto", quando dire "bello" non aveva senso. Giustissimo, dunque. Del libro, il film sceglie alcuni fili, li intreccia, s'impone come uno sciroppo avvelenato, senza la possibilità di voltar pagina o sospendere la lettura. Del libro, soprattutto, sposa il punto di vista, da dentro, e tuttavia inevitabilmente fuori, in salvo. "Ma - scrive Saviano - osservare il buco, tenerlo davanti insomma, dà una sensazione strana. Una pesantezza ansiosa. Come avere la verità sullo stomaco". Gomorra, sullo stomaco, pesa come un macigno. Solo una ruspa potrebbe sollevarlo, per "sversarlo" altrove e chiudere in circolo vizioso, come il suono del film. 5월 13일 Chiesa pigliatutto: le carte truccate dell’otto per mille L’otto per mille è un subdolo meccanismo inventato per
occultare un vero e proprio finanziamento pubblico alla Chiesa
cattolica. Che – con quasi un miliardo di euro all’anno di introiti –
ringrazia. Dalle modalità di ripartizione dei fondi agli impieghi che
Chiesa e Stato ne fanno, tra le pieghe di questo ‘pasticcio
all’italiana’ si celano mille inganni. Per il cittadino, ovviamente Per quanto riguarda poi le spese del mantenimento della Chiesa, queste non possono essere messe a carico dello Stato, ma bensì a carico di quella parte del popolo che professa questa o quella fede, vale a dire soltanto a carico della comunità religiosa. I. Kant, 1797 La storia Nel corso dell’anno ci sono degli avvenimenti che scandiscono il tempo e accompagnano il ciclico susseguirsi delle stagioni. A settembre inizia la campagna per la vaccinazione contro l’influenza, a dicembre siamo informati sulle nuove tendenze per i regali di Natale, a febbraio è tempo di diventare romantici per San Valentino, a maggio si tirano fuori dal cassetto i soliti, immutabili consigli per una tintarella dorata ma sicura. E puntuali come le diete estive e le nuove tendenze dei bikini arrivano anche, tra aprile e giugno, le campagne per la destinazione dell’otto per mille dell’irpef. Quella della Chiesa cattolica soprattutto. È abbastanza diffusa l’idea che l’otto per mille sia un modo che i contribuenti hanno per destinare una parte delle loro tasse a interventi di carattere sociale e umanitario, gestititi da vari enti religiosi o dallo Stato. Ma basta soffermarsi un attimo a rifletterci su, per accorgersi che si tratta di una sistema quantomeno bizzarro. In fondo l’assistenza sociale, gli aiuti allo sviluppo dei paesi del Terzo mondo, la tutela dei beni culturali sono compiti ordinari che lo Stato affronta (o almeno dovrebbe affrontare) con la gestione delle sue finanze e utilizzando i fondi che gli derivano dalle varie entrate. E se un cittadino vuole impegnarsi di più finanziando questo o quel progetto, nessuno gli vieta di farlo con una libera offerta ad una qualsiasi associazione o ente religioso o laico. Dunque perché esiste un istituto che obbliga lo Stato (perché l’irpef è dello Stato) a sottrarre a se stesso una parte delle proprie entrate per finanziare enti che i singoli cittadini potrebbero finanziare autonomamente? La risposta a questa domanda richiede uno sforzo piccolissimo: basta leggere la legge istitutiva dell’otto per mille e magari contestualizzarla storicamente. L’otto per mille è stato creato dalla legge n. 222 del 20 maggio 1985 e su quale fosse la sua finalità non vi può essere dubbio. La legge ha infatti per titolo: «Disposizioni sugli enti e beni ecclesiastici in Italia e per il sostentamento del clero cattolico in servizio nelle diocesi». Questa legge si è resa necessaria in seguito alla modifica del Concordato tra la Santa Sede e lo Stato italiano, firmata l’anno precedente e ratificata dal parlamento pochi mesi prima dell’approvazione della legge 222/85. Il nuovo Concordato del 1984 ha abolito la cosiddetta «congrua», dei veri e propri «assegni» che lo Stato versava alla Chiesa cattolica per il sostentamento del clero ad integrazione «dei redditi dei benefici ecclesiastici» (così recitava l’articolo 30 del Concordato del 1929). L’accordo di modifica del Concordato rimandava alle decisioni di una commissione paritetica «la revisione degli impegni finanziari dello Stato italiano» nei confronti della Chiesa. L’otto per mille costituisce esattamente la «trovata» dei nostri politici per supplire al sostegno diretto. E così l’articolo 47, comma 2, della legge 222/85 recita: «A decorrere dall’anno finanziario 1990 una quota pari all’otto per mille dell’imposta sul reddito delle persone fisiche […] è destinata, in parte, a scopi di interesse sociale o di carattere umanitario a diretta gestione statale e, in parte, a scopi di carattere religioso a diretta gestione della Chiesa cattolica». Una norma inserita in una legge che, come abbiamo visto, aveva proprio l’obiettivo di dare seguito alle modifiche concordatarie. Nulla a che fare, quindi, con slanci di solidarietà e filantropia. Tanto che gli unici due destinatari originari dell’otto per mille erano lo Stato e la Chiesa cattolica. E basta poco per accorgersi che inserire lo Stato tra i beneficiari era un mero escamotage per rendere accettabile anche alle sensibilità un po’ più laiche un finanziamento diretto alla Chiesa cattolica. L’irpef – lo ripetiamo – è tutta dello Stato, che con questa norma non fa che sottrarre a se stesso una quota delle proprie entrate fiscali per darla alla Chiesa. Sarebbe come dire che una quota dell’ici è destinata ai comuni per fini specifici: un evidente non senso per nascondere una realtà che iniziava ad essere imbarazzante. Oggi, però, come si sa, i destinatari dell’otto per mille non sono solo lo Stato e la Chiesa cattolica, ma anche altre istituzioni religiose. Come mai? C’è lo zampino dei radicali (siano benedetti). Durante la discussione alla Camera del disegno di legge che istituiva l’otto per mille, alcuni parlamentari radicali, tra cui l’allora laico e anticlericale Francesco Rutelli (lo stesso che oggi dice: «Se non fossi ministro andrei al Family day»… le vie del signore sono infinite), presentarono un ordine del giorno (n. 9/2337/3 del 17 aprile 1985) che impegnava il governo a mettere in atto tutte le iniziative volte a porre rimedio alla «grave situazione di disparità con le altre confessioni religiose» che la nuova legge avrebbe creato. L’ordine del giorno venne approvato e da allora anche le altre confessioni religiose con cui lo Stato italiano ha stipulato intese in base all’articolo 8 della Costituzione italiana possono concorrere alla ripartizione dell’otto per mille. L’apertura non deve aver fatto molto piacere alla Chiesa cattolica ma, una volta abolito l’articolo dei Patti lateranensi del 1929 che definiva la «religione cattolica, apostolica e romana» come «la sola religione dello Stato», un finanziamento esclusivo alla Chiesa cattolica sarebbe diventato incostituzionale. È stato questo, dunque, il percorso che ha portato a quello strano oggetto con cui abbiamo a che fare ogni anno tra maggio e giugno. L’inganno Quello dell’otto per mille è un meccanismo subdolo inventato per ingannare. Il terzo comma del già citato articolo 47 della legge 222/85 recita: «Le destinazioni di cui al comma precedente vengono stabilite sulla base delle scelte espresse dai contribuenti in sede di dichiarazione annuale dei redditi. In caso di scelte non espresse da parte dei contribuenti, la destinazione si stabilisce in proporzione alle scelte espresse». Tre righe in grado di stravolgere, se non addirittura capovolgere, le volontà reali dei contribuenti. Ogni anno la stragrande maggioranza delle scelte espresse va alla Chiesa cattolica: per i fondi ripartiti nel 2007 – relativi ai redditi 2003, dichiarati nel 2004 – addirittura l’89,81 per cento. Ma a fare una scelta esplicita per la destinazione dell’otto per mille è stato solo il 40 per cento dei contribuenti. Dunque, a rigore, è il 90 per cento di quel 40 per cento che vuole destinare l’otto per mille alla Chiesa cattolica, cioè su 100 contribuenti solo 36 e non 90. E invece alla Chiesa è andato il 90 per cento circa dell’intero ammontare dell’otto per mille dell’irpef. Proviamo a fare un gioco mentale. Immaginiamo che alla prossima dichiarazione dei redditi un solo contribuente esprima la sua preferenza e la dia alla Chiesa cattolica: in questo caso, poiché il 100 per cento delle scelte espresse ha indicato la Chiesa cattolica come destinatario, tutto l’otto per mille di tutti i contribuenti andrà alla Chiesa cattolica. Il paradosso mostra chiaramente la natura ingannevole del meccanismo. E non poteva che essere così. Sarebbe mai stato possibile abolire la congrua sostituendola con un meccanismo che non garantiva alla Chiesa entrate almeno simili, se non addirittura maggiori? Ricordiamo che la modifica del Concordato si può fare solo con l’accordo delle parti (l’unico atto unilaterale che lo Stato italiano potrebbe fare è abolire l’articolo 7 della Costituzione che riconosce i Patti lateranensi come testo di riferimento nei rapporti Stato-Chiesa… ve l’immaginate?). Visto l’atto di nascita dell’otto per mille, dunque, non è affatto malizioso né dietrologico affermare che si tratta di un meccanismo di finanziamento pubblico della Chiesa cattolica, escogitato in modo che fosse il più possibile favorevole alla Santa Sede. Se così non fosse, perché lo Stato non fa neanche un minuto di pubblicità per spiegare bene il meccanismo dell’otto per mille e invitare i cittadini a destinarlo a esso stesso? I dati È chiaro che chi ha scritto la legge sapeva benissimo che la gran parte delle persone non avrebbe espresso alcuna preferenza e si è inventato un meccanismo che trasformasse questo silenzio in maggiori guadagni per il principale destinatario, cioè la Chiesa cattolica. Il meccanismo del silenzio assenso si presta perfettamente a questi inganni. Per fare un esempio in un contesto completamente diverso, un simile tranello si sta realizzando sulla questione della destinazione del tfr. Come si sa, entro il 30 giugno tutti i dipendenti privati devono decidere se destinare il proprio tfr ad un fondo pensione (scelta dalla quale non si potrà più tornare indietro) o se lasciare il proprio tfr in azienda (scelta sempre modificabile). Bene, anche in questo caso il silenzio non è collegato alla scelta più naturale e, soprattutto, reversibile ma a quella che favorisce il cosiddetto secondo pilastro della previdenza, la nascita del quale era lo scopo della legge. Pertanto, se un lavoratore non esprime la sua preferenza sulla destinazione del proprio tfr, questo andrà direttamente (e irreversibilmente!) ad un fondo pensionistico complementare. Insomma, il silenzio viene sempre collegato non alla scelta più logica e ovvia ma a quella che più favorisce l’obiettivo che il politico di turno si è posto, anche a costo di ingannare i cittadini. Facciamo un esempio concreto di come la Chiesa cattolica tragga un vantaggio economico enorme da questo meccanismo. Facendo due conti sulla base dei dati che ci sono stati forniti dalla Ragioneria generale dello Stato, stando alle sole scelte espresse, la Chiesa avrebbe dovuto percepire «solo» 362 milioni di euro circa. L’intero ammontare dell’otto per mille distribuito nel 2007 è infatti di circa 987 milioni di euro e, come abbiamo visto, solo il 36 per cento circa del totale dei contribuenti ha esplicitamente espresso la volontà che l’otto per mille fosse destinato alla Chiesa cattolica. Questa, invece, ha percepito quasi 887 milioni di euro, più del doppio di quello che le sarebbe spettato rispettando fedelmente la volontà dei contribuenti, perché a quella somma si devono aggiungere circa 524 milioni di euro che costituiscono i fondi derivanti dalle scelte non espresse che vengono ripartiti secondo le percentuali delle scelte espresse. Per avere ben presente la chiarezza lapidaria di questi dati, val la pena leggerli in una tabella, che abbiamo elaborato sempre sulla base dei dati della Ragioneria generale dello Stato e dalla quale diverse cose saltano all’occhio. Innanzitutto che la Chiesa cattolica è l’unica a percepire un anticipo sull’anno in corso mentre a tutti gli altri enti i fondi arrivano dopo tre anni dalle dichiarazioni dei redditi cui si riferiscono. Questo significa che se una nuova confessione religiosa stipulasse una intesa con lo Stato nel 2007, inizierebbe a percepire i fondi nel 2011 (con riferimento alle dichiarazioni dei redditi 2008). Altra cosa che la tabella mette in evidenza è che le Assemblee di Dio in Italia e la Chiesa valdese non partecipano, perché le loro intese non lo prevedono, alla distribuzione della quota dell’otto per mille derivante dalle scelte non espresse, dunque queste due confessioni percepiscono esclusivamente quanto è stato espressamente destinato loro e la loro quota di scelte non espresse va allo Stato. Qualche anno fa la Chiesa valdese ha iniziato a constatare che lo Stato con la sua parte di 8 per mille spesso tornava a finanziare la Chiesa cattolica (per esempio con interventi sull’edilizia di culto) o destinava i fondi ad usi lontani da quelli previsti dalla legge (si veda l’ultimo paragrafo di questo articolo) e nel 2001 decise di chiedere una modifica dell’intesa che le consentisse di gestire direttamente anche la parte di fondi derivante dalle scelte non espresse. L’iter è stato lungo e solo nel 2005 è stata firmata, con l’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, la modifica, che, però, per diventare operativa, deve essere approvata dal parlamento. Finita la legislatura, l’intesa è stata rinnovata con il nuovo governo che, almeno a parole, si è impegnato a farla approvare entro il 2007. Certo, i maligni potrebbero pensare che la lentezza di questo iter, iniziato 6 anni fa, sia dovuta al fatto che più concorrenti ci sono a spartirsi la quota dell’otto per mille derivante dalle scelte non espresse più magre saranno le assegnazioni per gli altri. Peraltro la Chiesa valdese è il terzo destinatario (anche se staccato di molto) delle scelte dei contribuenti, dopo la Chiesa cattolica e lo Stato, e con la sua politica di destinare l’otto per mille esclusivamente alla solidarietà (con rendiconti molto analitici) rappresenta un concorrente potenzialmente temibile, in grado di attrarre sempre di più anche i non credenti o i fedeli di altre religioni (1). Ultima osservazione: se dovesse essere approvata la modifica all’intesa, la Chiesa valdese, grazie al meccanismo che abbiamo appena visto, inizierebbe a percepire i fondi a partire dal 2011. Tra spot e realtà Ma cosa ci fa la Chiesa cattolica con tutta questa massa di denaro? La Cei non fornisce un rendiconto dettagliato e analitico dell’utilizzo dei fondi per l’otto per mille, ma solo dei dati distinti per macroaree. Come si vede dalla tabella, per il 2007 la Chiesa cattolica dispone di una somma superiore a 990 milioni di euro (per l’esattezza quasi 887 milioni a titolo di anticipo sul 2007 e circa 104 milioni come conguaglio per il 2004) e ha deciso di investirli così: 432 milioni, cioè il 44 per cento dei fondi disponibili, per «esigenze di culto e pastorali»; più di 353 milioni, il 36 per cento, per il «sostentamento del clero»; e poco più di 200 milioni, il 20 per cento, per «interventi caritativi» (di cui 90 milioni gestiti direttamente dalle diocesi, 85 milioni per interventi nel Terzo mondo e altri 30 milioni per «iniziative di rilievo nazionale»). La prima voce, «esigenze di culto e pastorali», che è anche quella più sostanziosa, costituisce un calderone in cui c’è dentro di tutto: dalla costruzione di nuove chiese, al mantenimento dei tribunali ecclesiastici regionali, dalla formazione dei catechisti al sostegno alle facoltà teologiche e agli istituti di scienze religiose, dagli oratori ai contributi alle associazioni cattoliche. Poi, visto che una buona fetta di questi fondi è gestita dalle singole diocesi, ognuna può metterci dentro le cose più disparate: dall’organizzazione del sinodo diocesano al sostegno ai consultori familiari e ai centri di accoglienza. Non è possibile sapere nel dettaglio come vengono divisi i soldi all’interno di questo calderone, però la Cei dichiara che «nel 2006 a livello nazionale in media il 30 per cento [dei fondi assegnati alla prima voce di spesa: esigenze di culto e pastorali] è destinato agli interventi per l’esercizio del culto, il 50 per cento per l’esercizio della cura delle anime [sostegno ad attività pastorali, facoltà teologiche e istituti di scienze religiose, parrocchie in condizioni di necessità straordinarie, iniziative a favore del clero anziano e malato, mezzi di comunicazione sociale eccetera], il 10 per cento per la formazione del clero e dei religiosi, l’1 per cento per scopi missionari, il 4 per cento per la catechesi e l’educazione cristiana e il 5 per cento per le altre destinazioni e le iniziative pluriennali diocesane». Insomma, di tutto un po’. C’è poi l’altra voce, quella relativa al sostentamento del clero. Nel 2005, ultimo dato disponibile, ben il 57 per cento dei redditi di sacerdoti e vescovi è coperto dai fondi dell’otto per mille. Infine c’è un dato che non viene riportato per nulla nel rendiconto Cei ed è quello relativo alle spese per la promozione. Paolo Mascarino, responsabile del Servizio per la promozione al sostegno economico alla Chiesa (che fa direttamente capo alla Cei) in una recente intervista alla Sir, un’agenzia di stampa legata alla Conferenza episcopale italiana, ha dichiarato che le spese per la promozione ammontano a circa 9 milioni di euro l’anno, cioè intorno all’1 per cento del totale dei fondi raccolti, e sono investiti principalmente nelle campagne televisive su tutte le reti nazionali (Rai, Mediaset e La7). Mascarino, direttamente interpellato da MicroMega, ha confermato anche che, per quel che riguarda sia la produzione che la messa in onda degli spot sono coinvolte «società esterne che riservano alla Cei, in virtù della sua natura e finalità, tariffe di assoluto favore», ed è la ragione per cui non ci ha fornito i dati precisi del costo dei singoli spot. Stretto riserbo sui costi anche da parte di Sipra, Publitalia e Cairo Communication, le tre società concessionarie della pubblicità rispettivamente di Rai, Mediaset e La7, alle quali ci siamo rivolti nel tentativo di ottenere cifre precise. È certo comunque che grazie a questo «trattamento di favore», la Chiesa cattolica riesce a mantenere i costi per la promozione entro cifre relativamente contenute: 9 milioni di euro sono un’enormità come cifra assoluta, ma sono in percentuale circa cinque volte più di quello che spende, per esempio, la Chiesa valdese tra gestione e promozione dell’otto per mille. Il moderatore della Tavola valdese, Maria Bonafede, ci conferma che per loro gli spot televisivi sono assolutamente inavvicinabili, perché non sono mai riusciti ad ottenere alcuno sconto sui prezzi. Gli spot della Cei sulle sette reti nazionali – stando sempre a quanto dichiarato da Mascarino – sono invece circa 100 alla settimana equamente distribuiti su tutte le reti, con circa 2 passaggi giornalieri su ciascun canale, sia di giorno che di sera, e sono trasmessi per circa 8 settimane. I prezzi dei listini ufficiali non sono per niente attendibili, perché, di norma vengono applicati degli sconti che possono anche superare il 50 per cento. Ma, visto che nessuno ci ha voluto fornire i dati precisi né gli sconti applicati alla Cei, ci toccherà fare un po’ di conti con i dati che abbiamo. I costi dei singoli spot sono estremamente variabili, a seconda dell’orario, del canale e della trasmissione che «ospita» la promozione. A maggio, per uno spot standard di 30 secondi si andava dai 1.100 euro di All News (La7, ore 6 del mattino) ai 115 mila di Un medico in famiglia (Rai1, prima serata). Abbiamo escluso gli eventi speciali, come la finale di Champions League del 23 maggio, in cui i costi degli spot arrivavano a 143 mila euro. Mascarino ha dichiarato che i loro spot vanno in onda in tutte le fasce orarie, per cui le loro spese si dovrebbero collocare nella media. Anche ipotizzando uno sconto del 40-50 per cento, rimaniamo comunque su cifre nell’ordine delle decine di migliaia di euro a spot, il che significherebbe spese ben al di sopra dei 9 milioni di euro complessivi che la Cei spende e in cui – si badi – rientrano anche i costi per la produzione degli spot e per tutte le altre forme di promozione (spot radiofonici, inserzioni sui giornali eccetera). Trincerarsi dietro il riserbo della «confidenzialità commerciale» non fa che alimentare il sospetto che il trattamento riservato alla Cei sia molto più che di «assoluto favore», e per ragioni che vanno al di là della sua «natura e finalità», perché in questo caso non si capirebbe il motivo per il quale un tale «favore» non venga riservato, per esempio, anche alla Chiesa valdese. L’inganno nell’inganno I cittadini che intendono lasciare allo Stato tutte le tasse che pagano, otto per mille compreso, sono ingannati due volte. La prima con il meccanismo di distribuzione che abbiamo appena visto. Non ci vuole infatti un sondaggio per capire che la stragrande maggioranza di chi non esprime una preferenza (cioè più della metà dei contribuenti) è arciconvinta che il suo silenzio valga come una preferenza per lo Stato. A nessuno dotato di un minimo di capacità logica – bene ormai introvabile nel nostro paese – verrebbe mai in mente un meccanismo diabolico come quello descritto. Ma ad essere ingannati sono anche coloro che – capito il primo tranello – fanno una scelta esplicita in favore dello Stato. Secondo la legge, infatti, questo ha l’obbligo di utilizzare i fondi che gli derivano dalla ripartizione dell’otto per mille (che per il 2007 ammontano a quasi 86 milioni di euro) esclusivamente «per interventi straordinari per fame nel mondo, calamità naturali, assistenza ai rifugiati, conservazione di beni culturali». Sorvoliamo qui sull’arbitrarietà con cui sono stati scelti questi ambiti (perché la conservazione dei beni culturali e non – parola impronunciabile in Italia – la ricerca scientifica? Misteri della politica). Il problema è che negli anni lo Stato ha in realtà utilizzato questi fondi sostanzialmente per integrare le sue, già scarse, finanze. Domanda: e se se lo tenesse tutto l’otto per mille piuttosto che finanziare col denaro di tutti alcune confessioni religiose? Ma questi, si sa, sono quesiti da laicisti anticlericali. Torniamo al punto. Lo Stato inventa un meccanismo per favorire la Chiesa cattolica, meccanismo grazie al quale alcune briciole rimangono allo Stato stesso. Ci si aspetterebbe che almeno queste briciole venissero utilizzate coerentemente a quanto dichiarato nella legge. Ma così non è. Un accurato dossier sull’otto per mille realizzato da Annapaola Laldi per l’Aduc (www.aduc.it/dyn/documenti/allegati/pulce/dossierottopermille.html) riporta un dettagliato prospetto di come sono stati impiegati, anno per anno, i fondi a diretta gestione statale. Secondo questa fonte, i fondi dell’otto per mille sono sempre stati utilizzati (ad eccezione del 2002 e del 2003) anche per scopi che esulano dalla normativa (la legge 222/85, che individua gli ambiti in cui questi fondi devono essere utilizzati, e il decreto del presidente della Repubblica n. 76 del 1998, che definisce più analiticamente i criteri per l’assegnazione). Gli usi più «impropri» sono quelli relativi al finanziamento di missioni militari. Non è storia solo recente. Nel 1999 cento miliardi di lire dell’otto per mille vennero dirottati per l’invio in Albania e in Macedonia di contingenti italiani nell’ambito della missione Nato «per compiti umanitari e di protezione militare, nonché rifinanziamento del programma di aiuti italiani all’Albania e di assistenza ai profughi» (decreto legge 21-4-1999, n. 110 convertito in legge il 18-6-1999, n. 186). Nei due anni successivi la somma destinata a missioni internazionali è addirittura aumentata fino ai 150 miliardi circa del 2001. Ma la cosa più scandalosa è avvenuta nel 2004, quando venne inserito nella finanziaria questo passaggio: «L’autorizzazione di spesa di cui all’articolo 47, secondo comma, della legge 20 maggio 1985, n. 222, relativamente alla quota destinata allo Stato dell’otto per mille dell’imposta sul reddito delle persone fisiche (irpef) è ridotta di 80 milioni di euro annui a decorrere dal 2004». Avete letto bene: ogni anno la quota di otto per mille destinata allo Stato dovrebbe essere decurtata alla fonte di 80 milioni di euro (che quest’anno rappresenterebbero quasi il 100 per cento dei fondi!) senza nessuna specificazione circa il loro utilizzo. Poiché vanno a finire nel grande calderone del bilancio dello Stato, è difficile seguire esattamente il percorso di questi danari. Pare certo – lo ha confermato anche Giuseppe Vegas, viceministro dell’Economia ai tempi del governo Berlusconi – che in passato una grossa fetta sia stata utilizzata per finanziare le missioni militari italiane all’estero, Iraq e Afghanistan in testa. Lo scandalo venne fuori però solo nel novembre 2006 grazie alla denuncia del presidente del Fai, Giulia Maria Crespi. All’epoca il sottosegretario alla presidenza del Consiglio del nuovo governo di centro-sinistra Enrico Letta rassicurò: «Con la prossima finanziaria il fondo dell’otto per mille tornerà ad essere utilizzato per le finalità previste dalla legge». Peccato che nella finanziaria 2007 la decurtazione c’è, ridotta a 35 milioni per il 2007 ma ripristinata a 80 milioni di euro per il 2008 e il 2009. Insomma, questa faccenda dell’otto per mille è un classico pasticcio all’italiana con il danno e pure la beffa per milioni di contribuenti che non riescono a capire che fine fanno i propri soldi. Tutto questo fa quasi rimpiangere i tempi della vecchia congrua, quando almeno tutto era chiaro: l’Italia era uno Stato dichiaratamente confessionale, quella cattolica era la religione di Stato che pagava direttamente per mantenere preti, vescovi e chiese, tutto alla luce del sole. Oggi non è cambiato molto, solo che la luce è stata oscurata da una spessa coltre di ipocrisia. (1) Proprio per la coerenza con cui la Chiesa valdese utilizza i fondi dell’otto per mille e per dare un forte segnale sia alle gerarchie della Chiesa cattolica che allo Stato italiano OTTO PER MILLE
|
Beneficiari dell'otto per mille |
Fondi derivanti da scelte espresse dai contribuenti (v.a)* |
Valori % |
Fondi derivanti da scelte non espresse ripartiti secondo le % delle scelte espresse (v.a.) |
TOTALE |
|
Stato |
31.234.392,72 |
7,74 |
45.208.076,01 (più 1.109.758,97 e 8.352.396,47**) |
85.904.624,18 |
|
Chiesa Cattolica |
362.423.877,33 |
89,81 |
524.565.543,44 |
991.278.769,09 |
|
Assemblee di Dio in Italia |
766.735,74 |
0,19 |
0 |
766.735,74 |
|
Unione italiana delle Chiese cristiane avventiste del 7° giorno |
807.090,25 |
0,2 |
1.168.167,34 |
1.975.257,59 |
|
Chiesa evangelica valdese (Unione delle Chiese metodiste valdesi) |
5.770.695,30 |
1,43 |
0 |
5.770.695,30 |
|
Unione delle Comunità ebraiche italiane |
1.493.116,97 |
0,37 |
2.161.109,58 |
3.654.226,54 |
|
Chiesa Evangelica Luterana in Italia |
1.049.217,33 |
0,26 |
1.518.617,54 |
2.567.834,87 |
|
Totale |
403.545.125,63 |
100,00 |
584.083.669,35 |
987.628.794,98 |
la voce di un universitario…
Esistono
diverse strade da prendere dopo la maturità, e ognuna di esse è
sbagliata per chi la sceglie.
Sempre.
ARCHITETTURA\DESIGN: essa viene presa in considerazione dalle
persone brave a disegnare o che vogliono progettare la propria casa in
futuro. C'è chi pensa che si tratti dell'educazione tecnica che si
faceva alle medie(durante la quale invece di disegnare proiezioni
ortogonali uno si studiava le materie delle ore dopo). Attenzione!
Questo è sbagliatissimo! Architettura è il covo della matematica! Lei
è lì, in agguato dietro alle aste e ad i coni, se ne studia più qua
che nella stessa facoltà di matematica! Non vi faranno progettare
negozi di scarpe, ma calcolare distanze! E' ignobile! E' nascosta così
abilmente poi!
E' generalmente frequentata da: gay, froci, finocchi,
nespole,lesbiche,lelle,donne assolutamente favolose o assolutamente
oscene, uomini iperinfighettiti o radical chic con pashmina di ogni
colore, sfigati cronici e punkabbestia con tanto di cani al
seguito.
Gli illusi che vi si iscrivono cadono uno dopo l'altro, in
preda agli spasmi, in crisi d'identità. si ritrovano con le matite tra
i capelli e le unghie sporche di china, mangiano poliplat a colazione
nel latte e mine al posto delle mentine. Escono alle 10 della sera da
interminabili revisioni e meditano il suicidio mentre buttano nel
tevere le tavole che evidentemente non andavano
bene...
Sanno stare
svegli nottate intere senza nemmeno accorgersene,hanno uno spiccato
senso del dovere che si tramuta in capacità di scoprire i propri
limiti. Non hanno bisogno di ubriacarsi quando vanno in discoteca,
possono benissimo buttarsi sul cubo o sul primo che capita alle 10 e
mezza, per loro è gia tanto essere stati fermi dall'entrata al
guardaroba! Tornano a casa e si rendono conto che il loro plastico è
li, implacabile a dargli il buongiorno. Capiscono che la vita è
inutile se non sai creare un areoporto; si deprimono, e di solito
verso il terzo anno decidono di iscriversi a letteratura, musica e
spettacolo o scienze delle comunicazioni.
Chi ancora crede in un sogno passa al dams, scopre l'amore per
le arti visive e si da al ballo. Diventa un ballerino di fila e
porterà tutine bianche dove, durante le prove, disegnerà a matita
schizzi di sale conferenze dicendo 'però ero
bravo'...
ECONOMIA:
potete star sicuri che ci troverete molte persone convinte di uscire
dalla facoltà con un impiego sicuro. Non è completamente sbagliato,ma
bisogna arrivare alla laurea. Economia è un posto che varia di
università in università, generalmente non è considerata facile, ma a
volte ha gli esami con i test a crocette (tipo battaglia
navale).
La frequentazione è solitamente composta
da:
-
ragazzi con gli occhiali, riga da una parte e cravattino che seguono
il sogno del padre (che tristezza.);
-
radical chic in cerca di notorietà;
-
ragazze che escono fuori da delusioni
d'amore.
C'è chi, accortosi dell'errore in tempo, si trasferisce da
economia politica a scienze della moda e del costume diventando uno
stilista gay dopo il terzo anno.
FARMACIA:
ripiegano su questa facoltà gli studenti che non sono riusciti ad
entrare a medicina. Essi si deprimono dopo tre giorni di corsi perché
le famiglie gli rinfacciano di non essere riusciti ad entrare a
medicina, perché gli studenti di matematica gli lanciano gli
aereoplanini con le equazioni dalla finestra e perché non riescono a
distinguere un'aspirina da un benagol(pena la riordinazione
dell'archivio).
Chi riesce a laurearsi fa gavetta per dieci anni in una
farmacia ad immaginare nude le ragazze che comprano i preservativi. Le
ragazze che scelgono di fare farmacia si chiamano farmaciste, e ridono
come forsennate quando una ragazza compra un test di gravidanza e
vendono il maalox senza ricetta nella farmacia vicino alla stazione
Termini.
Chi si accorge in tempo dell'errore, verso il terzo anno decide
di riprovarci con medicina.
Quando fallisce, si iscrive a letteratura, musica e
spettacolo.
FILOSOFIA:
le personalità soggette a sdoppiamento, depressione cronica, domande
sull'aldilà, crisi sessuali e con nove in condotta sono la
frequentazione media della facoltà di filosofia. Gli studenti fumano
erba nel cortile,nelle aule, con i professori, prima degli esami,
durante gli esami e dopo gli esami (se ci arrivano con tutti i neuroni
al loro posto).
I professori di codesta laurea sono tutti ex-sessantottini (i
figli divulgheranno il verbo, non possono sottrarsi al destino), hanno
sciarpe rosse e portano i sandali ai piedi anche con -2 a febbraio.
Sono dalla parte degli studenti e vengono acclamati come 'dei grandi'
dai frequentanti (che ipocrisia).
Lo studente medio di filosofia si accorge al secondo anno di
aver fatto una cazzata, brucia libri e sacco di juta comprato per
andare 'contro il sistema' e va ad iscriversi a letteratura, musica e
spettacolo (portando con sé l'erba, ma cmq
nudi!).
GIURISPRUDENZA: sono ancora in fase di studio le cause che
portano un diciottenne ad iscriversi a giurisprudenza, se non sotto
minaccia del genitore magistrato. Si ritrovano qui clandestini,
calabresi (pressoché identici) e chi più ne ha più ne
metta.
Di solito gli studenti che intraprendono questo viaggio verso
il tribunale sono modaioli e le studentesse prendono trenta elargendo
favori sessuali agli assistenti. Tutt'ora sorge un dubbio: tutte
le fighe stanno a giurisprudenza o tutte quelle che vanno a
giurisprudenza diventano fighe? No perché semmai
cambio.
Verso il secondo, massimo terzo anno, al 45esimo tentativo di
dare diritto privato, si iscrive a letteratura, musica e
spettacolo.
INGEGNERIA:
lo studente che decide di iscriversi ad ingegneria è consapevole del
fatto che verso il terzo anno, se maschio, diventerà calvo. Molti non
si lasciano spaventare dall'eventualità e arrivano alla laurea, sicuri
che prima o poi 4-5 aziende di nonsochè si sveglieranno e si
renderanno conto che il Politecnico ha sfornato un altro ingegnere
pronto per svolgere le proprie mansioni strapagato, e gli basta un pc!
Le ragazze che intraprendono il corso di studi di ingegneria vengono
chiamate disadattate. Quando la calvizie è ormai incipiente, i più
deboli scappano ad economia, pensando che la cosa si faccia più soft.
Quando scoprono di aver fatto l'ennesimo sbaglio, si iscrivono a
letteratura, musica e spettacolo.
LETTERE E FILOSOFIA: esistono molte branche di questa facoltà,
non starò ad elencarle tutte. Gli studenti che decidono di frequentare
questo tipo di corsi generalmente sono attirati dal fatto che in
questo posto è pressochè impossibile trovare della matematica o fisica
quantistica (ma esiste?).
Senonchè, verso i primi esami darebbero un braccio per
risolvere un'equazione al posto di iscriversi ad un appello tramite il
sito della loro facoltà. Iscriversi ad un esame di una facoltà lettere
e filosofia è come giocare la schedina (la grafica del sito è più o
meno la stessa): se hai culo ce la fai. Il sito a volte decide anche
che alcuni corsi non esistono, lasciando lo studente spiazzato e in
preda ad un dilemma: sarà più indolore una pistolettata o l'harakiri
con la katana presa alla prima di Kill Bill?(lo studente di lettere e
filosofia è spesso cinefilo o nerd).
Esiste una particolare facoltà degna di nota interna a lettere
e filosofia: essa è Letteratura, musica e spettacolo, e chi la
sceglie sa di andare tragicamente incontro ad un triste destino di
disoccupazione; è nientaltro che il ripiego preferito di tutti quelli
che sbagliano facoltà (cioè tutti gli altri che non ci si iscrivono
subito) e il ritrovo degli abitanti del sud italia. E poi uno si
chiede perché la disoccupazione cresce.
E' raro che uno studente di lettere e filosofia cambi facoltà,
ma in quel caso si iscrive all'università della musica anche se non sa
nemmeno quante sono le note.
MEDICINA E CHIRURGIA: a medicina si iscrivono i pazzi. Quando
gli danno il camice schizzano a casa tutti contenti a mostrarlo ai
genitori e lo tengono sotto una teca di vetro alcuni aggiungono delle
cinture al camice e fanno finta di essere maestri di arte marziale. Il
Rocci è il loro piu caro amico, e sono consapevoli del fatto che per
una morte o per l'altra la vita comunque
finisce.
Chi non si ammazza il quarto anno, si
laurea.
Generalmente i laureati sono tutti dei gran pezzi di fighi,
belli, robusti,ipermuscolosi...
Che si imparino li le tecniche piu avanzate in fatto di
estetica? Il tutto è però rovinato dalla loro incontrollabile mania di
cattivo gusto: hanno una naturale predisposizione alle ciabatte
bucherellate e man mano che continuano il corso di studi disimparano a
scrivere.
Chi arriva al terzo anno con una vena che gli pulsa in
continuazione, o scappa in Messico (con il camice) o si iscrive a
letteratura, musica e spettacolo.
PSICOLOGIA 1 E
2: sono atenei in lotta da secoli. Si racconta che il giovane Siproite
avesse defecato sui gradini di Psicologia 1 sacri al dio Priapo,
perché aveva preso solo 18 ad un esame, e che avesse fondato
Psicologia 2 per contrastare il potere che stava assumendo la già
citata facoltà. Da quel giorno i due atenei non si diedero pace un
attimo: amicizie che perduravano dalla nascita si ruppero a causa
della scelta del corso di laurea da seguire, e vennero combattute ben
657 battaglie sino ad oggi, a colpi di righello e fotocopie di
approfondimento.
Gli studenti
che vi si iscrivono raramente arrivano al secondo anno (nel senso che
rimangono traumatizzati a vita dalla violenza ricevuta dagli
avversari).
Chi resiste e
si laurea viene chiamato Highlander.
Da Psicologia
non si può scappare, si rimane marchiati a vita, o ti laurei o finisci
in un istituto di igiene mentale.
SCIENZE DELLA COMUNICAZIONE: per secoli ci si è chiesti cosa si
facesse all'interno di quelle quattro mura che portano codesto nome, e
non si è mai giunti ad alcuna conclusione. Anzi, nemmeno chi vi si
iscrive sa quale sia il suo ruolo all'interno dell'ateneo o quale sarà
quello nella società. Gli studenti girano per i corridoi chiedendosi
dove siano i corsi durante tutto il primo anno, al secondo decidono di
iscriversi a letteratura, musica e spettacolo, almeno sono tre parole
di uso quasi comune.
Chi permane
fino alla laurea triennale scopre di aver vinto una carta
da gioco
totalmente inutile per la ricerca di un lavoro. Normalmente solo
arrivati alla tesi ci si accorge dell'inutilità della suddetta facoltà
e si inizia a prendere la vita con filosofia! Sappilo, per scherzarci
sono i migliori...se non altro hanno
autoironia!
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